General Electric fuori dall’indice Dow Jones!

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General Electric “espulsa” dall’indice Dow Jones Industrial!

così titolava il sole 24 ore pochi giorni fa parlando del crollo dell’azienda simbolo dell’industria a stelle e strisce.

Raccontare l’esclusione delle azioni General Electric dall’indice Dow Jones Industrial significa, da una parte, narrare della fine di un’epoca e, dall’altra, introdurre la finanza comportamentale nella nostra realtà di tutti i giorni.

Vediamo allora cosa significa e quali lezioni di finanza comportamentale portare a casa da questa storia.

General Electric, il simbolo dell’industria “made in USA”

Per chi non la conoscesse, General Electric (GE) è una società nata nel 1892 dalla fusione tra Edison (fondata dal famoso inventore Thomas Edison) e Thomson-Houston.

Nella sua storia (lunga oltre 125 anni) ha accompagnato, alimentato e incarnato il mito dello sviluppo industriale in America.

Solo per citare a caso … la GE ha prodotto le prime lampadine elettriche, i primi apparecchi per le radiografie, ha realizzato gli elettrodomestici nel boom economico americano ed i motori per le chiuse del canale di Panama.

General Electric ha anche superato indenne la famosa crisi finanziaria del 1929, mentre durante la bolla di internet del 2001 aveva in qualche modo avviato la sua parabola discendente.

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Parliamo quindi del simbolo economico ed industriale dell’America.

L’uscita delle azioni General Electric dall’indice Dow Jones (per la prima volta dopo oltre un secolo) rappresenta la fine di un’era e, dal mio punto di vista, merita tre riflessioni di carattere comportamentale.

Lascio a voi nei commenti eventuali altre considerazioni in merito.

General Electric fuori dall’indice Dow Jones, tra narrazione e verità

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Il crollo di GE a Wall Street ha origini lontane; da molti decenni il titolo perde anno dopo anno sia in termini assoluti sia in relativo rispetto ai colossi della net economy (Apple, Google, Facebook per intenderci …).

Eppure General Electric è il titolo che tutti possedevano in America (dividendo e cassetto) perché nell’immaginario rappresentava un colosso solido, potente ed indistruttibile.

Date queste premesse è facile immaginare che, ai primi segni di cedimento, molti piccoli azionisti hanno ritenuto che quella fosse un’occasione di acquisto.

Negli anni, progressivamente, la tensione per il protrarsi della calo è diventata incertezza, l’incertezza paura e la paura sconforto.

Nel frattempo l’economia è andata da un’altra parte…

La narrazione della corporate granitica ha perso smalto e la realtà si è fatta largo tra gli investitori che hanno visto il titolo sempre più in difficoltà.

Ma come hanno agito, secondo i principi della finanza comportamentale, i piccoli investitori ingabbiati in un investimento perdente?

Molti, chi per inerzia, chi per la mancanza di coraggio nel monetizzare un errore, hanno probabilmente mantenuto il titolo in posizione (status quo bias) perdendo soldi e occasioni. Ecco un esempio.

Come ci insegna la Prospect Theory, purtroppo, in questi casi il fattore emotivo diventa predominante portandoci a compiere scelte illogiche e controproducenti.

Sappiamo che mente e denaro, in situazioni come questa, entrano in conflitto tra loro.

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Investire solo su un titolo

La domanda che ricevo più frequentemente è:

“Che titolo mi consigli? uno buono, mi raccomando …”

La mia risposta è sempre la stessa:

“diversifica!”

Perchè?

sg2018062760662 300x216 - General Electric fuori dall'indice Dow Jones!Il grafico che vedete a fianco è la performance a 20 anni (1998 – 2018) delle azioni General Electric e dell’indice Dow Jones, di cui GE è stata una parte importante fin dalla nascita dell’indice nel 1895.

In questi 4 lustri possedere la singola azione GE invece dell’indice (di cui GE faceva parte) ha portato ad una differenza di rendimento del -80%.

Decisamente negativo!

Credo che questo grafico sia il miglior esempio dell’efficacia di una corretta diversificazione.

Certo, l’investimento sul singolo titolo ha maggiori probabilità di performance a doppia cifra.

Ma quanti hanno una mentalità adatta a sopportare il rischio connesso?

Io mi sono inventato un semplice test empirico di tre domande.

  1. chiedo di ipotizzare il rendimento a 12 mesi dell’azione desiderata
  2. chiedo di raddoppiare la performance
  3. a quel punto, domando se da qui ad un anno si è disposti a sopportare una perdita di pari intensità.

Ecco, mi colpisce molto che alla prima domanda nessuno mai ipotizzi un rendimento negativo e che, dopo la terza domanda gli occhi di solito si spalanchino in segno di stupore!

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Eppure la finanza non è un pasto gratis, ad ogni possibile guadagno corrisponde uguale perdita…

Proprio per questo penso che un investimento in fondi o ETF aiuti l’nvestitore a gestire meglio euristiche, bias ed errori comportamentali che ben conosciamo.

Fondi passivi VS attivi

Ultimo aspetto, un po’ tecnico, che mi suggerisce la storia della General Electric.

Mi capita abbastanza spesso di investire in ETF piuttosto che in un fondo attivo.

Cos’è un ETF?

semplificando un E.T.F. (acronimo di Exchange Traded Funds) è uno strumento simile ad un fondo comune di investimento che, a costi ridotti, ti permette di acquistare un indice di borsa replicandone perfettamente la composizione.

Tre considerazioni veloci sul tema dell’investimento “passivo”:

  1. gli indici azionari cambiano giornalmente in termini di peso percentuale dei constituent
  2. periodicamente vengono rivisti i titoli che compongono l’indice (proprio come nell’esempio GE- Dow Jones)
  3. Nel caso di eventi societari “straordinari” solitamente l’ETF mantiene inalterata la propria composizione titoli

Questo per dire che l’ETF è il modo più veloce ed economico per essere investito su un mercato ma che non esiste l’investimento “passivo”.

“Non scegliere” è comunque una scelta anche in finanza e talvolta, soprattutto nei momenti più complicati di mercato, comporta dei rischi impliciti che sfuggono all’attenzione di un investitore meno attento ai dettagli tecnici.

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