Stipendio e felicità, la [pericolosa] tentazione del confronto

evonomia stipendio e soddisfazione

Nei giorni scorsi mi ha molto colpito un articolo su “The Economist” in cui si parla di Gender Pay Gap (la difficoltà per le donne ad accedere a posizioni di vertice nel mondo del lavoro).

L’articolo, molto interessante, tratta il tema “caldo” della differenza di salario tra uomo e donna.

La legge appena entrata in vigore prevede, per tutte le grandi aziende U.K., l’obbligo di rendere pubblico il divario (gender gap) tra i propri lavoratori.

Iniziativa lodevole che mira, attraverso dati pubblici confrontabili, a spingere il sistema verso una riduzione del divario.

Perché non ci sentiamo mai ricchi abbastanza? – Pensieri e Denari

Questo mi ha fatto venire in mente una domanda:

Cosa accadrebbe se, per scelta o per sbaglio, potessi confrontare le retribuzioni dei tuoi colleghi?

Il caso italiano dei redditi trasparenti

Evonomia contratto - Stipendio e felicità, la [pericolosa] tentazione del confronto

In Italia una cosa del genere è già avvenuta.

Vi ricordate quando il Fisco mise on-line i redditi 2005 di tutti gli italiani?

Se ognuno conoscesse lo stipendio dell'altro sarebbe una catastrofe! Condividi il Tweet

In quel caso si trattò di una scelta e non di un errore e la reazione fu immediata:

Apriti cielo!

La notizia si diffuse a macchia d’olio e decine di migliaia di italiani si misero a cercare i redditi di personaggi noti ma anche di colleghi, amici e parenti.

In breve fu il caos, tanto che l’Agenzia delle Entrate nel giro di poche ore dovette fare marcia indietro.

Altro Esperimento:

nel 1993 gli organi federali americani obbligarono le aziende quotate a rendere noti i compensi dei propri manager con l’idea che questa pressione pubblica avrebbe determinato un calo dei bonus.

Il confronto pubblico ebbe l’unica conseguenza che i manager poterono confrontare i relativi emolumenti spingendoli tutti verso l’alto!

Visti gli esempi precedenti, vorrei capire cosa sia andato storto, producendo effetti opposti a quelli desiderati …

Il valore relativo della busta paga

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Per cercare di capirci qualcosa voglio raccontarti un aneddoto:

Settimana scorsa ero a Milano per lavoro.

In metropolitana, stretti come eravamo gli uni agli altri (c’era il “Salone del mobile”), ho ascoltato mio malgrado la conversazione tra due ragazze, probabilmente dirette verso gli stand del Salone.

Il confronto animato era, appunto, sui rispettivi compensi con frasi del tipo:

“… prendo 900 € al mese ma ho parlato con le mie amiche ed è così per tutte … anzi io sono fortunata perché ho i buoni pasto … “

In particolare mi ha colpito questa ragazza perché si lamentava (giustamente) del proprio stipendio, valutandolo in termini assoluti, ma dimostrava di sentirsi abbastanza soddisfatta quando lo valutava in senso relativo.

Cosa significa?

Immagina che due aziende concorrenti (stesso settore, stesse dimensioni e città) ti offrano un impiego:

  • la prima società offre 1.600 € al mese
  • la seconda 1.100 € al mese più buoni pasto

Quale proposta ti soddisfa di più?

Suppongo la prima.

Ora modifico un po’ la domanda.

immagina di conoscere due persone, entrambe impiegate nello stesso settore con un ruolo simile.

Le due persone, in questo caso, non si conoscono.

  • La prima guadagna 1.600 € al mese e sa di essere la meno pagata del gruppo.
  • La seconda guadagna 1.100 € al mese più buoni pasto e sa di essere la più pagata del suo ufficio. 

Quale persona, secondo te, si dichiarerà più soddisfatta?

In questo caso, probabilmente, la seconda.

La ragazza in metropolitana, come in questo esempio, si dichiarava implicitamente soddisfatta di prendere “900 € al mese” perché “è così per tutte, anzi io sono fortunata, ho i buoni pasto!”

Il confronto era premiante!

Da un punto di vista economico questo è insensato ma, come dice il professor Dan Ariely nel suo libro “Prevedibilmente irrazionali”:

“… noi guardiamo alle nostre decisioni da una prospettiva relativa e le confrontiamo con le alternative disponibili in quel momento”

Leggi anche: Dan Ariely, uno psicologo prevedibilmente irrazionale

Stipendio e soddisfazione

pexels photo 534229 - Stipendio e felicità, la [pericolosa] tentazione del confronto

Tre veloci considerazioni finali, che personalmente ritengo di buon senso, sul significato e sul ruolo del tuo compenso:

  • Lo stipendio è inevitabilmente oggetto di confronto.  La remunerazione, oltre al benessere economico individuale, incorpora il riconoscimento del proprio valore “sociale” e “aziendale”. In questo senso il confronto è pericoloso ma inevitabile e scarica sul compenso le proprie insoddisfazioni lavorative.
  • Lo stipendio rende quasi tutti insoddisfatti. Ariely riporta la dichiarazione di un manager secondo cui ” … se ognuno conoscesse lo stipendio dell’altro sarebbe una vera catastrofe. Tutti, tranne quello con lo stipendio più alto, si sentirebbero sottopagati“. In generale, il paragone facilita la nostra capacità di decidere ma è un’arma a doppio taglio perché, se il confronto ci vede perdenti, ci rende infelici, invidiosi e gelosi!
  • Lo stipendio non può essere l’unico metro di valutazione del proprio lavoro. Se la remunerazione è oggetto di confronto continuo e rende insoddisfatti, diventa allora necessario trovare metriche di valutazione del proprio lavoro diverse. Nel prossimo articolo, per completare il ragionamento, affronterò il tema del cosiddetto “effetto IKEA” (Ariely lo definisce proprio IKEA Effect) e di come le persone valutino (attraverso euristiche e bias cognitivi) in maniera naturalmente distorta le capacità individuali.

Leggi anche: effetto IKEA, la fatica genera soddisfazione

Tu cosa ne pensi? conoscere i compensi dei colleghi è un’opportunità o un motivo di attrito?

Lascia un commento, mi piacerebbe avere un tuo spunto di riflessione sull’argomento!

Alla prossima

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Una risposta

  1. Simona ha detto:

    Buongiorno, ecco il mio personale commento.
    Conoscere lo stipendio dei colleghi sicuramente come prima reazione genera invidia, se il tuo è più basso ovviamente, ma secondo me andrebbe valutata anche la capacità di negoziazione che una persona ha al momento della contrattazione remunerativa.
    Forse l’altro è stato più bravo? O meglio quanto mi serve mensilmente per far fronte ai miei bisogni materiali?
    Penso, inoltre, che alcune persone lavorino per lo stipendio, ma anche per il piacere e la soddisfazione personale che il ruolo lavorativo che ricoprono gli dà.
    Se sei appagato di quello che fai sei disposto anche a dei compromessi, tipo lunghe distanze da percorrere o orari non proprio comodi. Ecco questo è il mio pensiero.

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