Relative Age Effect: quanto conta la data di nascita?

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Quanto conta la fortuna nella carriera e più in generale nella vita delle persone? fortuna e profezia che si autoavvera sono collegate?

Scopriremo , con un po’ di rammarico, che la buona sorte conta molto più di quanto ci piaccia ammettere e come influisca sulla nostra vita fin da piccoli addirittura fin dalla data di nascita.

Hai presente la passione con cui ascolti le storie di grandi campioni, dove il precoce talento è stato riconosciuto da un valido allenatore che lo ha preparato a diventare la stella mondiale che tutti conosciamo? Ecco, in questa meravigliosa narrazione, nella quale tutti ci immedesimiamo, vengono citati sempre il talento e soprattutto la convinzione, il coraggio quanto la determinazione, mai la data di nascita, che pure sembra essere un fattore determinante per avere successo.

Non ci credi?

Allora prenditi 2 minuti, appoggiati allo schienale della poltrona, mettiti comodo e leggi qui sotto

Relative Age Effect (RAE): meglio nascere a febbraio…

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Adoro osservare la passione con cui i genitori, a bordo campo (qualunque campo sia…), incitano i loro cuccioli a dare il meglio.

Inutile negare il fatto che ogni genitore sogni per il proprio piccolo un posto nell’Olimpo dello sport, a prescindere e talvolta contro le circostanze, la fortuna e l’evidenza dei fatti.

Eppure…

Uno studio condotto dallo psicologo Robert O. Deaner ha rivelato come un terzo dei giocatori della NHL (la lega professionistica americana di hockey su ghiaccio) siano nati nei primi 3 mesi dell’anno.

Febbraio è il mese con più nascite, a dispetto del fatto che dura solo 28 giorni! mentre settembre, novembre e dicembre sono i mesi meno presenti. In particolare solo il 15% dei giocatori festeggiano il compleanno nell’ultimo trimestre.

Certo è un valore anomalo, direte voi, però si tratta di hockey su ghiaccio uno sport invernale difficilmente praticabile, non per tutti insomma. L’anomalia è consentita.

Bene, allora andiamo a prendere le statistiche della NBA (lega professionistica di basket americano).

Anche qui, come potete scoprire da questa statistica riportata dal sito fansided.com la situazione si ripete.

Ok, quindi per gli americani funziona così, ma noi che siamo europei abbiamo un diverso approccio grazie ai nostri millenni di vantaggio culturale.

Infatti!

Infatti questo studio condotto dallo scienziato Werner Helsen dal titolo “il Relative Age Effect nel calcio giovanile europeo” dimostra come la situazione nel vecchio continente sia la medesima.

Se 3 indizi fanno una prova allora dovremmo dare un nome a questa caratteristica.

E dato che l’hanno scoperta gli americani il nome non può essere che in inglese.

Anche se, più precisamente, è divenuta famosa grazie ad un giornalista anglo canadese, mister Michael Gladwell il quale ha contribuito alla sua diffusione grazie al best seller “outlier“.

La definizione ha anche un acronimo, RAE ovvero Relative Age Effect, traducibile in italiano con effetto (o vantaggio) della data di nascita.

Ma cosa significa il Relative Age Effect?

Troppa teoria, mettiamo il concetto a terra e facciamo degli esempi

Relative Age Effect nei bambini

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Quando hai iniziato a fare sport? Immagino intorno ai 6 o 7 anni.

E, più o meno alla stessa età, hai orgogliosamente accompagnato tuo figlio per la prima volta ad un allenamento ben vestito con la divisa della sua nuova prima squadra.

Ecco, in quella fase dello sviluppo un bambino riesce serenamente a crescere (in termini di altezza e peso) del 10% in soli 12 mesi (senza provare alcun senso di colpa per l’aumento di peso… che invidia).

Dato che le squadre giovanili sono suddivise in categorie di pari età (che vanno da gennaio a dicembre), la differenza tra un marmocchio venuto al mondo ad inizio anno ed uno nato vicino a natale è decisamente marcata.

Per tradurlo al mondo degli adulti è come se mettessimo a confronto un uomo di 180 cm. per 80 kg. con un altro alto 2 metri e del peso di 90 kg!

Forza, passo, sviluppo psicomotorio (nei bambini… ma non solo!) rendono quasi imparagonabili i 2 piccoli atleti.

Eppure questi pargoli si fanno la stagione assieme, uno a fianco dell’altro. E quando li osservi dagli spalti sembra un po’ come osservare una matrioska.

Questo gap si riflette inevitabilmente sui loro risultati agonistici.

Sulle valutazioni del mister.

Sull’autostima dei piccoli.

Sulle aspettative e sulle future chance offerte.

Proprio come in una profezia che si autoavvera.

RAE, fortuna e profezia che si autoavvera

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Abbiamo già parlato del famoso effetto pigmalione, quella condizione in cui la fiducia che una figura autorevole ripone nelle tue capacità ti spinge a superare i tuoi limiti e le tue insicurezze.

Abbiamo anche raccontato, attraverso la storia della maestra Beverly di quanto la fortuna sia un fattore assolutamente centrale in questo processo.

Quando un genitore o un mister infondono fiducia in un bambino possono ottenere risultati straordinari. Gli stessi campioni, nei loro ricordi, parlano spesso di un coach a cui devono gran parte del loro successo.

Ma un aspetto importante e sottovalutato è il cosiddetto Egocentric Bias ovvero la tendenza a sopravvalutare il proprio contributo nella realizzazione di un’opera.

Se domandassimo ad un marito e ad una moglie di quantificare il peso percentuale del contributo fornito nelle faccende di casa scopriremmo che la somma delle loro risposte darebbe un fantastico 140%!

E, se sei ancora appoggiato comodamente alla poltrona anziché sistemare in cucina, sappi che questo risultato incredibile è figlio di una comprensibile tendenza a ricordare, valutare ed evidenziare maggiormente quello che facciamo, prestando meno attenzione al contributo degli altri.

E’ allora giusto pensare che, anche inconsciamente, un mister provi maggiore soddisfazione a valorizzare sé stesso privilegiando il ragazzo con le qualità più evidenti. Qualità che, nei giovani atleti, spesso coincide con le potenzialità atletiche.

A questi giovani vengono offerte più occasioni. E di miglior livello. Portandoli a sviluppare di più e meglio le loro qualità.

Accumulando fin da subito un gap di esperienze che, se ben sfruttato, rimarrà valido fino all’età adulta.

Portandoli ad esordire nell’NHL, nella Liga o in un torneo dell’ATP di tennis.

Tutto questo grazie alla semplice ed immeritata fortuna della propria anagrafe.

Ma sarà poi vero?

Relative Age Effect; cosa dice la scienza?

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I casi citati in precedenza dimostrano empiricamente che qualche cosa di vero deve pur esserci. Ma è sempre così? vale sia per gli sport individuali che per quelli di squadra? Possiamo farci qualcosa?

Andiamo per ordine.

Esistono alcune differenze ed una soluzione interessante.

In effetti le ricerche scientifiche propongono alcune valutazioni che trovo condivisibili.

  • Il gap è particolarmente evidente negli sport individuali; qui ad esempio è riportata una ricerca sul tennis a livello giovanile e l’elemento più interessante è la forma esponenziale del risultato.

Si nota un moderato relative age effect sul totale dei giovani tennisti analizzato ma questa tendenza diventa sempre più evidente man mano che ci avviciniamo ai ragazzi con il ranking più alto.

Nella TOP 10 di varie categorie giovanili (maschili e femminili) due terzi degli atleti sono nati nella prima metà dell’anno.

  • Negli sport di squadra si assiste ad un fenomeno attenuato ed ambivalente; Come abbiamo visto basket, hockey e calcio non sono immuni dal RAE, anche se le percentuali sono più attenuate.

Una caratteristica però salta agli occhi: i giocatori di maggior talento spesso si concentrano negli ultimi mesi dell’anno!

Maradona, Del Piero, Dybala, Totti sono tutti giocatori che fanno o hanno fatto del talento puro il loro punto di forza. Tutti nati nell’ultima parte dell’anno.

In uno sport di squadra un modo intelligente per trovare spazio, se il fisico non ti premia, è puntare sulla tecnica o sull’agilità

Estremizzando il caso più evidente potrebbe essere quello di Rui Barros!

  • Il ruolo degli allenatori; la consapevolezza delle differenze anagrafiche dovrebbe far parte del bagaglio (tecnico, sportivo e culturale) dei mister che si occupano di settore giovanile.

Purtroppo, come è umano immaginare, nei fatti viene naturale premiare il giovane che dimostra la maggiori qualità fisiche.

Che fare allora?

Una proposta semplice eppure molto interessante arriva dall’altro capo del globo:

Suddividere, come fanno nel rugby neozelandese, le squadre per fasce di peso (o di altezza). Uniformando le caratteristiche fisiche sarebbe certamente più semplice individuare il vero talento!

Concludendo, troppo spesso ci risulta difficile riconoscere quanto il nostro successo sia collegabile a molti aspetti fortunati.

Lo stesso bias vale anche per la ricchezza posseduta.

Perché?

Perché le circostanze fortuite sembrano togliere parte del merito che, egoisticamente, supponiamo di avere. E proprio per questo preferiamo rifiutarle.

Forse, molto semplicemente, dovremmo accettare che la nostra posizione nel mondo dipende per la maggior parte da fattori esterni, pur continuando ad agire come se fossimo gli unici padroni del nostro destino.

“Ricorda che non ottenere ciò che vuoi è a volte un meraviglioso colpo di fortuna.” Dalai Lama Condividi il Tweet
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